Mark Zuckerberg non vuole semplicemente partecipare alla corsa all’Intelligenza Artificiale. Vuole vincerla. E non parliamo di una vittoria qualunque: il CEO di Meta punta a essere il primo a raggiungere quella che viene definita superintelligenza artificiale, un’AI capace di superare l’uomo in ogni ambito del lavoro cognitivo.
È un obiettivo ambizioso – forse persino lontano – ma non per questo meno reale per Zuckerberg, che sta investendo miliardi in infrastrutture, chip, e soprattutto persone. In poche settimane, Meta ha messo insieme un dream team di ricercatori ed ex top executive provenienti da OpenAI, Apple, Google e altre big tech, offrendo – secondo indiscrezioni – pacchetti retributivi a nove cifre.
Dietro questa strategia c’è un messaggio chiaro: nella nuova era dell’AI, il vero vantaggio competitivo sarà il talento.
Dal metaverso all’AI: la nuova ossessione di Menlo Park
Dopo il parziale fallimento del metaverso, che concettualmente non va bocciato del tutto, Meta ha completamente riorientato la sua strategia sull’AI. Ma, a differenza di Microsoft, Google o Amazon, Meta non ha una piattaforma cloud da cui monetizzare direttamente questi investimenti. È una corsa contro il tempo e contro la concorrenza, con il rischio concreto che i costi non generino ritorni nel breve termine.
Tuttavia, Zuckerberg sembra avere in mente qualcosa di più grande della sola pubblicità personalizzata. Il progetto “Superintelligence Labs” – guidato ora da ex CEO di Scale AI e GitHub – ha una visione: creare tecnologie che potranno trasformare radicalmente il modo in cui viviamo, lavoriamo e curiamo le malattie.
Guerra per il talento: chi vince l’AI vince il futuro
Il vero terreno di scontro non è solo tecnologico, ma umano. La nuova rivoluzione industriale è scritta dal codice… ma il codice lo scrivono le persone. E quelle più brillanti sono contese con ogni mezzo.
Meta ha dimostrato che è disposta a tutto pur di portare a bordo le menti più visionarie, anche sottraendole a concorrenti come OpenAI e Anthropic. È una dinamica che ricorda la Silicon Valley dei primi anni 2000, ma con cifre e implicazioni molto più elevate.
Una nuova piattaforma da dominare
Zuckerberg ha imparato la lezione degli anni passati: ha perso il treno dei sistemi operativi mobili, lasciando ad Apple e Google il controllo della mobile economy. Ora non vuole che la stessa cosa accada con l’AI.
Meta punta a rendere i suoi modelli open-source (come Llama) una piattaforma di riferimento per sviluppatori, startup e aziende. Un modo per essere al centro della prossima ondata tecnologica, anche senza possedere l’infrastruttura cloud.
Ma tutto questo… porterà davvero valore?
Gli analisti si dividono. Alcuni mettono in dubbio il legame diretto tra l’ambizione per la superintelligenza e il business core di Meta. Altri sottolineano che l’azienda, forte della sua solidità economica, può permettersi di investire anche in progetti ad alto rischio e lunga prospettiva.
Nel frattempo, il titolo in borsa continua a salire, segno che – almeno per ora – gli investitori credono nella visione di Zuckerberg.
Una nuova legacy
Forse, per Zuckerberg, questa non è solo una sfida tecnologica. È anche una questione di eredità. Non vuole essere ricordato solo per i Facebook Groups o gli occhiali del metaverso. Vuole essere l’uomo che ha costruito l’infrastruttura cognitiva del futuro.
E per farlo, sa che non bastano i chip. Servono le menti migliori.




