Dalle automobili alla difesa: l'industria europea cambia produzione sotto la pressione della nuova geopolitica

Dalle automobili alla difesa: l’industria europea cambia produzione sotto la pressione della nuova geopolitica

La riconversione dello stabilimento Volkswagen di Osnabrück è il simbolo di una trasformazione più ampia: fabbriche nate per produrre beni civili potrebbero diventare una parte della nuova industria europea della sicurezza. Un fenomeno che riporta alla memoria il Novecento, ma che oggi nasce da esigenze completamente diverse.

La notizia arrivata dalla Germania ha un valore che va ben oltre il destino di una singola fabbrica.

Volkswagen ha raggiunto un accordo preliminare per la possibile cessione dello stabilimento di Osnabrück, dove la produzione automobilistica dovrebbe terminare nel 2027. Il progetto prevede che il sito venga riconvertito verso attività legate alla difesa, con un primo progetto nel settore della difesa aerea e una collaborazione con Rafael Advanced Defense Systems, azienda israeliana coinvolta anche nei sistemi Iron Dome. L’operazione dovrebbe consentire di preservare una parte molto consistente degli attuali posti di lavoro.

È un passaggio industriale estremamente significativo.

Perché mentre l’automobile europea sta affrontando una fase di profonda trasformazione – concorrenza cinese, elettrificazione, costi energetici, sovracapacità produttiva e riduzione della domanda – la difesa sta diventando uno dei principali motori della nuova politica industriale europea.

E la domanda che emerge è inevitabile:

stiamo entrando in una nuova fase nella quale una parte dell’industria civile europea dovrà essere riconvertibile anche per esigenze di sicurezza?


La fabbrica che cambia missione

Osnabrück rappresenta perfettamente questa trasformazione.

Lo stabilimento conta circa 1.800 lavoratori e Volkswagen aveva già deciso di interrompere la produzione automobilistica nel 2027. Il nuovo progetto potrebbe consentire di mantenere circa 1.400 posti di lavoro, trasformando un problema occupazionale in una possibile opportunità industriale.

Non si tratta quindi soltanto di produrre armi.

Si tratta di utilizzare competenze, macchinari, catene di fornitura, ingegneri, tecnici, logistica e capacità produttiva già presenti per inserirli in un settore nel quale l’Europa sta cercando rapidamente di aumentare la propria autonomia.

È una logica molto diversa dalla semplice apertura di una nuova fabbrica.

La riconversione permette infatti di utilizzare un patrimonio industriale già esistente.

Ed è proprio questo elemento che rende la vicenda Volkswagen particolarmente interessante per tutta l’economia europea.


La storia torna a bussare alla porta

La vicenda Volkswagen presenta anche un inquietante precedente storico.

Durante la Seconda guerra mondiale, lo stabilimento Volkswagen non arrivò praticamente a produrre automobili civili come era stato originariamente progettato. Con l’inizio del conflitto, la fabbrica venne progressivamente integrata nell’economia bellica tedesca.

Dal 1939 iniziò a occuparsi anche di attività legate all’industria aeronautica e successivamente produsse veicoli militari come il Kübelwagen e lo Schwimmwagen. Complessivamente, durante la guerra, lo stabilimento produsse 66.285 veicoli.

Ma c’è un aspetto della storia che non può essere ignorato.

La produzione bellica Volkswagen durante il nazismo si basò anche sul lavoro forzato: secondo la stessa documentazione storica dell’azienda, circa 20.000 persone furono costrette a lavorare per il gruppo durante il conflitto. Nel 1944 rappresentavano circa due terzi della forza lavoro.

Per questo il riferimento storico deve essere utilizzato con grande cautela.

La Germania democratica di oggi non è la Germania del 1939.

Non c’è un’economia di guerra totalitaria che impone alle imprese cosa produrre.

C’è invece una Germania che, insieme agli altri Paesi europei, sta aumentando le proprie capacità di difesa in risposta a un deterioramento del quadro di sicurezza internazionale.

Il paragone storico serve quindi soprattutto a comprendere quanto rapidamente possa cambiare la funzione economica di una grande infrastruttura industriale.


E dopo la guerra accadde esattamente il contrario

La storia di Volkswagen offre un’altra lezione ancora più interessante.

Nel 1945, con la fine della guerra, il processo si invertì.

Una fabbrica inserita nell’economia bellica venne progressivamente trasformata nuovamente in industria civile.

Sotto l’amministrazione britannica iniziò la produzione della Volkswagen Type 1, il futuro Maggiolino, e lo stabilimento divenne progressivamente uno dei simboli della rinascita industriale della Germania occidentale.

Questa parabola – civile, militare, nuovamente civile – dimostra una cosa fondamentale:

la capacità industriale non è immutabile. Può essere riconfigurata quando cambiano le esigenze economiche e geopolitiche.

Ed è esattamente questa capacità di riconfigurazione che oggi l’Europa sembra voler recuperare.


La nuova corsa al riarmo industriale

La Germania è probabilmente il caso più evidente.

Il progetto di bilancio federale prevede per il 2027 109,7 miliardi di euro di spesa nel bilancio del Ministero della Difesa, contro gli 82,7 miliardi previsti per il 2026. A questa cifra si aggiungono le risorse del fondo speciale per la Bundeswehr. Il governo tedesco prevede inoltre di raggiungere entro il 2029 il 3,5% del PIL destinato alla difesa secondo gli obiettivi NATO indicati nel bilancio.

Non sorprende quindi che aziende industriali tradizionalmente legate ad altri settori stiano guardando sempre più alla difesa.

Il caso Volkswagen arriva mentre anche altri gruppi industriali tedeschi stanno valutando riconversioni o ampliamenti delle proprie attività nel comparto militare. Rheinmetall, per esempio, sta aumentando la propria capacità produttiva e utilizzando anche infrastrutture industriali precedentemente dedicate alla produzione civile.

Il fenomeno non riguarda quindi una singola azienda.

Sta nascendo una nuova filiera industriale europea della sicurezza.


Dall’automobile ai sistemi di sicurezza

Il passaggio più interessante non è necessariamente produrre carri armati o munizioni.

La nuova industria della difesa comprende un numero enorme di tecnologie che hanno una forte componente civile:

elettronica, sensoristica, robotica, intelligenza artificiale, cybersecurity, telecomunicazioni, droni, materiali avanzati, meccanica di precisione, software, satelliti, energia e logistica.

Questo significa che la frontiera tra industria civile e industria della difesa potrebbe diventare progressivamente più sottile.

Un’azienda che oggi produce componenti per l’automotive potrebbe domani essere coinvolta nella produzione di componenti destinati alla mobilità militare.

Un’impresa elettronica potrebbe lavorare sulla sensoristica.

Una software house potrebbe sviluppare sistemi di cybersecurity.

Un produttore di materiali compositi potrebbe entrare nella catena di fornitura aerospaziale.

Una società specializzata in automazione industriale potrebbe fornire tecnologie utilizzabili in fabbriche dedicate alla difesa.

È la cosiddetta industria dual-use: tecnologie utilizzabili sia nel mondo civile sia in quello della sicurezza.


Per l’Italia può diventare una grande opportunità

Il fenomeno interessa direttamente anche il nostro Paese.

L’Italia possiede una struttura industriale estremamente articolata, con grandi gruppi della difesa e dell’aerospazio ma anche migliaia di PMI specializzate nella meccanica, elettronica, automazione, ICT, materiali e componentistica.

La nuova domanda europea di sicurezza potrebbe quindi creare opportunità per una parte importante del sistema produttivo italiano.

Ma servirà una condizione:

le PMI dovranno essere pronte a entrare nelle nuove catene di fornitura.

Non basterà avere una buona tecnologia.

Diventeranno sempre più importanti certificazioni, cybersecurity, tracciabilità, qualità, capacità produttiva, continuità operativa, protezione dei dati e affidabilità finanziaria.

La sicurezza nazionale, infatti, sta diventando anche una questione di sicurezza delle filiere industriali.

Non è il ritorno all’economia di guerra

È importante non cadere in una semplificazione.

La riconversione di Osnabrück non significa che l’Europa stia tornando all’economia bellica del Novecento.

Significa piuttosto che la sicurezza è tornata a essere una componente strutturale della politica industriale.

Ed è una differenza enorme.

L’Europa non sta necessariamente scegliendo tra industria civile e industria militare.

Sta cercando di costruire un sistema industriale nel quale una parte delle capacità tecnologiche e produttive possa essere utilizzata anche per garantire autonomia strategica e sicurezza.

Il caso Volkswagen potrebbe quindi essere ricordato non tanto come la fabbrica di automobili diventata fabbrica militare.

Ma come uno dei primi grandi simboli della trasformazione dell’industria europea nell’epoca della nuova geopolitica.


La domanda che riguarda anche le PMI

Per un’impresa italiana questa trasformazione pone una domanda molto concreta:

la vostra azienda sarebbe in grado di riconvertire rapidamente una parte della propria produzione se nei prossimi cinque anni cambiasse radicalmente la domanda del mercato?

Perché la competitività del futuro potrebbe non dipendere soltanto dal prezzo o dalla qualità del prodotto.

Potrebbe dipendere dalla capacità di essere flessibili, certificati, tecnologici, resilienti e pronti a entrare in nuove filiere.

Ed è forse questa la vera lezione che arriva oggi da Osnabrück.

Non siamo tornati al passato.

Ma il passato ci ricorda quanto velocemente l’industria possa cambiare quando cambia il mondo.

 

 
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