A maggio, i prezzi medi pagati negli Stati Uniti per un’auto nuova sono scesi dello 0,2%, nonostante l’aumento dei listini ufficiali da parte delle case. È il primo segnale concreto che la domanda americana sta rallentando, complice l’aumento dei tassi d’interesse, la bassa fiducia dei consumatori e — soprattutto — l’introduzione di dazi del 25% su auto e componenti importati.
Per l’industria europea è un problema. Per l’Italia, un rischio diretto.
Il nostro Paese è parte integrante della filiera auto europea e produce componentistica ad alto valore aggiunto destinata proprio al mercato nordamericano. Se la domanda USA cala e i dazi comprimono i margini, le case automobilistiche potrebbero tagliare volumi e approvvigionamenti, con effetti a cascata anche per le PMI italiane che operano come fornitori.
Non è solo una questione di esportazioni dirette: la nostra economia è inserita in catene globali del valore, dove un freno al consumo finale in USA può ripercuotersi anche a Torino, Brescia o Modena.
Da osservare attentamente: andamento degli ordinativi export del settore componentistica nei prossimi mesi, e impatto sulle imprese italiane più esposte al mercato americano.
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